“Ciò per cui ci scandalizziamo rivela sempre chi siamo”: sulle richieste di condanna per il 7 maggio 2016 al Brennero

Lo scorso venerdì, in un tribunale di Bolzano com’è ormai d’abitudine ridicolmente blindato, lo stato, nella persona del PM Andrea Sacchetti, ha chiesto oltre 300 anni complessivi di condanna per devastazione e saccheggio e altri reati per 63 compagni rei di aver partecipato alla manifestazione contro le frontiere del 7 maggio 2016 al Brennero. Le singole condanne arrivano fino a 10 anni (!), già ridotte di un terzo per via della scelta del rito abbreviato. La sentenza dovrebbe arrivare nei prossimi mesi. Pubblichiamo di seguito il testo di un volantino scritto dopo le richieste di condanna e uscito in questi giorni a Bolzano, insieme ad alcune parti del testo di indizione di quella manifestazione e al comunicato uscito nei giorni immediatamente successivi, per ricordare le motivazioni e lo spirito di quella giornata. Per un’analisi più dettagliata di questo ennesimo attacco repressivo rimandiamo a questa intervista a un compagno su Radio Blackout.

ANCHE SE VI CREDETE ASSOLTI SIETE PER SEMPRE COINVOLTI
a proposito delle richieste di condanna per i fatti del Brennero

Venerdì 7 febbraio 2020 un sostituto procuratore della Procura di Bolzano, Andrea Sacchetti, ha richiesto ad un giudice del Tribunale che 63 manifestanti scesi in strada al passo del Brennero nel maggio 2016 per impedire la costruzione del muro “antimigranti” vengano condannati per 338 anni di carcere complessivi. Le pene richieste, attraverso l’accusa di aver devastato e saccheggiato non si sa bene cosa, arrivano fino ai 15 anni di carcere a persona, da diminuire di un terzo per via della scelta del rito abbreviato. Non vogliamo qui entrare nel merito delle assurde e folli richieste del PM, su cui peraltro ci sarebbe molto da dire, deciso a seppellire sotto oltre tre secoli di carcere alcune decine di persone per aver manifestato o per essersi difese dalle cariche della celere, ma vogliamo ricordare lo spirito che animò alcune centinaia di compagni in quella giornata.
I mesi che precedettero la manifestazione del 7 maggio di quattro anni fa furono difficili, e, per certi versi, angoscianti. Ricordiamo le centinaia di profughi bloccati alla stazione di Bolzano, la violenta campagna politica della Lega e dei fascisti di tutte le risme, tesa a fomentare paura e disumanizzare stranieri e rifugiati, ricordiamo le marce di Forza Nuova e dei nazisti della Npd per le strade di Bolzano. Ricordiamo le stragi nel Mediterraneo, le migliaia di uomini e donne, rimasti senza nome, morti scappando da guerre e miseria spesso provocate dalle armi o dalle multinazionali del capitale occidentale. Ricordiamo le persone morte mentre tentavano di fuggire dai lager della Libia, dove le donne venivano, e vengono, sistematicamente stuprate e gli uomini torturati per estorcere loro denaro. Ricordiamo il racial profiling, i controlli al viso nella stazione di Bolzano, dove i carabinieri del reparto mobile venivano impiegati per impedire che persone di pelle scura salissero sui treni diretti a Monaco. Ricordiamo le minacce di esponenti dello Stato austriaco con i suoi soldati e mezzi militari schierati al confine e le sue proposte “tecniche” per risolvere la crisi migratoria: muri, fili spinati e detenzione amministrativa. Ricordiamo le violenze subite dai profughi siriani a Idomeni ed il muro di filo spinato fra Serbia e Ungheria.
In questi quattro anni la campagna d’odio contro i poveri che vengono a “fare la pacchia” è proseguita, e imbroglioni razzisti di diversi partiti ci hanno fatto credere che la nostra sicurezza sia messa in pericolo da povera gente che scappa dalle bombe o dalla povertà. Dopo averci terrorizzato, oltre ad aver legittimato gli aguzzini che gestiscono i lager libici, i decreti di Minniti, seguiti da quelli “sicurezza” voluti da Salvini e dal Movimento 5 stelle, venduti politicamente per “rassicurare” i cittadini, hanno aperto la strada alla criminalizzazione di chi salva vite in mare, ma soprattutto alla repressione delle lotte degli operai e delle operaie che scioperano contro lo sfruttamento che sempre più persone, in particolare immigrati e senza documenti, sono costrette a sopportare.
Oltre a ciò si sono moltiplicati, dalla Francia all’Ungheria, dall’Italia alla Croazia, provvedimenti legislativi che intendono criminalizzare, attraverso multe o pene detentive, la solidarietà verso chi è considerato un “clandestino” senza documenti, per isolarli, fomentando delazioni, paura, rabbia e solitudine. Abili demagoghi razzisti come Orban, Trump, Strache o Salvini hanno costruito politicamente la propria fortuna scaricando sugli stranieri la rabbia e le tensioni sociali provocate da politiche, da essi stessi sostenute, che difendono esclusivamente gli interessi grondanti sangue di grandi industriali, multinazionali e speculatori finanziari.
Centinaia di compagni e compagne sono scesi in strada al Brennero, 4 anni fa, per rompere l’indifferenza e l’inerzia con cui ormai troppe persone accettano tutto, anche le peggiori ingiustizie, consapevoli che non sarebbe stata sufficiente una marcia simbolica. Centinaia di compagni e compagne si sono assunti una responsabilità, e hanno voluto interrompere la tragica normalità con cui certe decisioni vengono prese, come le guerre, i bombardamenti o la possibile costruzione di muri che non appartengono al passato, come vorrebbero farci credere coloro che celebrano solo la caduta del muro di Berlino, ma costituiscono un tragico presente: dal muro fra Israele e territori occupati palestinesi a quello fra Messico e Stati Uniti, dal muro fra Turchia e Siria alle barriere fra Serbia e Ungheria. Muri e fili spinati producono morte, paura, odio e razzismo. Centinaia di compagni e compagne hanno voluto rompere l’apatia con la quale la maggioranza della popolazione apprende e vive le più inaccettabili decisioni dei governi, attraverso uno schermo televisivo o limitandosi a commentare con un inutile post su Facebook.
Non possiamo dimenticare la giovane etiope Rawda Abdu e il diciassettenne eritreo Abeil Temesgen, investiti sulla linea Verona-Brennero nel tentativo di raggiungere il confine, così come i profughi trovati assiderati in Austria su un treno merci proveniente da Verona, e tutti coloro che sono morti cercando una vita migliore.
Così come oggi la propaganda politica razzista e fascista è costruita in massima parte sulla falsificazione e mistificazione della realtà, anche il processo inquisitorio istituito dal sostituto procuratore Andrea Sacchetti, animato probabilmente anche da un certo odio ideologico, non si discosta da tale impostazione retorica dominante. Le sue deliranti ed assurde richieste tuttavia non ci stupiscono perché sappiamo bene che, come scriveva Stig Dagerman, chi costruisce prigioni s’esprime sempre meno bene di chi costruisce la libertà.
SOLIDARIETÀ AI COMPAGNI SOTTO PROCESSO

ABBATTERE LE FRONTIERE AL BRENNERO E OVUNQUE
Perché lo Stato austriaco, con la complicità di quello italiano, vuole chiudere la frontiera del Brennero?
Perché delle donne e degli uomini diventano “gli immigrati” quando milioni di esseri umani vengono sradicati dalle loro terre e costretti a spostarsi. Le cause di tutto questo non sono misteriose né hanno sempre la brutalità delle bombe. Un’intera comunità di pescatori senegalesi si trova senza mezzi di sussistenza perché la rapina perpetrata dai grandi pescherecci li ha lasciati senza pesce. Una comunità di pastori indiani deve trasferirsi perché la loro vita nomade è stata sconvolta dai pozzi tubolari azionati con i motori diesel: diventati sedentari per via della tecnologia esportata con la cosiddetta rivoluzione verde, una volta esaurite le falde acquifere non sanno più convivere con la scarsità d’acqua come avevano fatto per secoli. Centinaia di migliaia di contadini cinesi sono costretti a trasferirsi in città perché la costruzione di una gigantesca diga ha allagato le loro campagne. Ci sono sempre più stranieri nel mondo, la cui mobilitazione forzata tocca tutti i continenti. Solo una minima percentuale cerca di raggiungere l’Europa. I container per profughi al confine tra Austria e Slovenia o tra Grecia e Macedonia, così come la “giungla” da poco demolita militarmente a Calais, portano nel cuore dell’Occidente la condizione di un miliardo di persone che vivono nelle baraccopoli del mondo. Un mondo che è un’enorme accumulazione di ghetti. Le frontiere rendono esplicito ciò che l’organizzazione sociale capitalistica è di fatto.
Perché nella storia, contrariamente a quanto racconta l’ideologia del progresso, non si supera un bel niente: le contraddizioni si ridistribuiscono, gli elementi del passato si integrano e si modificano. Quando certe soluzioni totalitarie vengono adottate, anche se per un periodo sembrano scomparire, prima o poi rispuntano altrove più o meno mascherate. Come il gigantesco apparato militare-industriale creato dal cosiddetto mondo libero contro la barbarie nazifascista ha prodotto il bombardamento di Dresda e l’evaporazione atomica di Hiroshima e Nagasaki, allo stesso modo ciò che le democrazie hanno imposto ai popoli colonizzati si è visto tornare indietro con un po’ di trucco sul volto.
Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila diversi Stati hanno introdotto nel proprio territorio la detenzione amministrativa, un tipico dispositivo coloniale. Senza avere commesso alcun reato, migliaia di stranieri si sono trovati internati per mesi o anni in quanto poveri e privi di documenti. Diventati indesiderabili. Come in Sudafrica o a Cuba alla fine dell’Ottocento. Come in Germania negli anni Trenta o negli Stati Uniti negli anni Quaranta.
Se le democrazie occidentali – governate da destra come da sinistra – hanno copiato dallo Stato d’Israele la detenzione amministrativa, perché stupirsi se ora ne copiano anche i muri, il filo spinato, le barriere d’acciaio? Mentre qualche giurista si chiedeva se fosse legale rinchiudere degli esseri umani che non avevano commesso alcun delitto; mentre nei “centri di permanenza temporanea” (eccola al lavoro la lingua totalitaria dell’eufemismo tecnico!) gli “ospiti” distruggevano le gabbie e si battevano con coraggio, pochi – molto pochi – si sono sentiti davvero coinvolti. Ogni misura di contenzione e di repressione, se non viene osteggiata, acquisisce spazio e potenza. Allo stesso tempo, quando l’abiezione si veste da “soluzione tecnica” e la politica si presenta come mera amministrazione, l’unica logica che trionfa è quella del fatto compiuto, rispetto alla quale le pretese differenze fra destra e sinistra si riducono a balletti grotteschi.
Seguendo questa logica, dalla detenzione amministrativa – introdotta in Italia dal governo di sinistra nel 1998 – si è passati all’accettazione della chiusura della frontiera del Brennero voluta dallo Stato austriaco. D’altronde, ministri e capi della polizia del Tirolo del Nord hanno dichiarato che barriere e filo spinato sono proprio questo: una soluzione tecnica.
Come diceva quel tale, solo la spada taglia i nodi di cui l’indifferenza ha permesso la formazione.
[…]
Perché vogliamo abbattere le frontiere, al Brennero e ovunque?
Perché vogliamo farla finita con un mondo di ghetti, di guerre, di sfruttamento, di devastazione ambientale, di controllo sociale. Perché sappiamo che le frontiere sono una barriera e allo stesso tempo un monito. Un chiaro messaggio lanciato contro chi non ci sta: contro quell’umanità che è di troppo nei calcoli degli Stati e delle multinazionali, ma anche contro quelle minoranze ribelli che non vogliono prender posto nei ranghi. Filo spinato e militari sono oggi per loro, ma si annunciano anche per noi. E questo i vertici della Nato o della Gendarmeria Europea lo affermano apertamente.
Abbattere le frontiere non può essere uno slogan con cui reclamare il ritorno a Schengen o una diversa politica di “accoglienza” da parte delle istituzioni, e nemmeno una mera espressione di solidarietà nei confronti dei profughi. Significa battersi autonomamente – con quelli che ci stanno – per sconvolgere un ordine sociale marcio fino al midollo. Se ogni sbirro è una frontiera per chiunque abbia delle buone ragioni per non farsi fermare, le frontiere sono anche un governo dei flussi di merci e degli esseri umani ridotti a merce. E allora il primo e più immediato messaggio dovrà essere questo: le vostre barriere di acciaio vi costeranno caro. Non daremo tregua alla pace dei vostri mercati né alla guerra dei vostri muri.
Siamo pochi, lo sappiamo. Vorremmo tuttavia suggerire un certo modo di essere internazionalisti oggi. Centinaia di migliaia di donne e di uomini giungono alle frontiere dopo viaggi estenuanti, conoscendo a malapena le zone dove passano o dove arrivano; ignorano quanti poliziotti troveranno, se ci saranno fiumi da guadare e quanti ne usciranno vivi. Eppure partono, con la caparbietà della disperazione, e con caparbietà in tanti si battono, anche a mani nude.
Noi, che mangiamo tutti i giorni, che siamo mossi da un ideale e non dalla paura cieca o dai morsi della fame, vorremmo proprio noi delle garanzie di riuscita prima di lanciarci all’assalto di questo mondo e dei suoi reticolati?
Se vogliamo che crolli la frontiera tra loro e noi, dobbiamo a nostra volta salpare dalle terre note e familiari. Metterci in viaggio.
Vogliamo raggiungere una vita senza potere né denaro, senza Stati né classi. Tra noi e quella vita ci sono innumerevoli muri. Il ritorno delle frontiere è oggi uno dei più inaccettabili.
Ma che significa affermare, in un’epoca in cui le parole sembrano aver perso ogni senso e ogni forza, che una cosa è inaccettabile? Quante volte si è accettato ciò che si dichiarava di non poter accettare?
Provare ad abbattere le frontiere è anche un impegno a non accettare l’inaccettabile. Un esercizio di etica del linguaggio, una pratica di libertà, un incontro possibile tra compagni di rotta.

7 MAGGIO: UNA GIORNATA DI LOTTA
Non doveva essere una giornata di testimonianza.
Non è stata una giornata di testimonianza.
Ci sono donne e uomini che non vogliono accettare barriere, filo spinato, detenzione amministrativa, immigrati che muoiono in massa alle frontiere di terra o di mare, campi di concentramento. All’interno di una giornata di lotta internazionale – con cortei in diversi paesi e varie iniziative anche in Italia, di cui cercheremo di fare un resoconto – al Brennero varie centinaia di compagne e compagni si sono battuti. Difficile immaginare un contesto più sfavorevole di un paesino di frontiera con una sola via di accesso. Quelle e quelli che sono venuti lo hanno fatto col cuore, consapevoli che nella battaglia contro l’Europa concentrazionaria che gli Stati stanno costruendo – di cui il confine italo-austriaco è un piccolo pezzo, il più vicino a noi – si paga un prezzo. L’aspetto più prezioso sta proprio qui: nel coraggio come dimensione dello spirito, non come fatto banalmente “muscolare”.
Siamo fieri e fiere di aver avuto a fianco donne e uomini generosi, con un ideale per cui battersi.
In tutte le presentazioni della giornata del 7 maggio – e sono state tante – siamo sempre stati chiari: se ci saranno le barriere, cercheremo di attaccarle, altrimenti cercheremo di bloccare le vie di comunicazione, a dimostrazione che il punto per lorsignori non è solo erigere muri, ma gestirli; sarà una giornata difficile.
Lo scopo della manifestazione era bloccare ferrovia e autostrada. Così è stato. Va da sé che se tra una manifestazione combattiva e il suo obiettivo si mette quella frontiera costituita da carabinieri e polizia, il risultato sono gli scontri.
Siamo riusciti a salire al Brennero senza aver chiesto il permesso a nessuno perché lo abbiamo fatto collettivamente, in treno e con una lunga carovana di auto. Abbiamo preso – senza pagarlo – un treno Obb, società ferroviaria responsabile di controlli al viso e di respingimenti. Per gli altri, solo la determinazione a reagire con prontezza ha distolto gli sbirri dai controlli all’uscita dell’autostrada. Le auto che non erano nella carovana sono state purtroppo fermate e i compagni a bordo non hanno potuto raggiungere il Brennero.
Quella di sabato è stata una manifestazione contro le frontiere anche nel senso che erano presenti tanti compagni austriaci.
Non sono certo mancati limiti organizzativi e di comunicazione. Tutt’altro. Ma questa è una discussione tra compagne e compagni.
Ci rivendichiamo a testa alta lo spirito del 7 maggio, con la testarda volontà di continuare a lottare contro le frontiere e il loro mondo.
La solidarietà nei confronti dei compagni arrestati, che ora sono di nuovo con noi, è stata calorosa. Nel carcere di Bolzano, i cui detenuti hanno risposto con entusiasmo al presidio di solidarietà, i quattro compagni sono stati accolti come fratelli.
Ciò per cui ci scandalizziamo rivela sempre chi siamo.
Per noi l’orologio danneggiato della stazione del Brennero ha questo significato: che si fermi il tempo della sottomissione.
Abbattere le frontiere

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