“Siamo persone, non algoritmi”

Ieri, nell’ambito di una mobilitazione nazionale e nel disinteresse pressoché generale a livello locale, anche a Bolzano alcune decine di rider, perlopiù della piattaforma Deliveroo, sono scesi in piazza per rivendicare condizioni di lavoro umane. In questo caso non si tratta di un modo di dire ma di un’espressione decisamente appropriata: infatti le piattaforme di delivery, alle forme “classiche” di sfruttamento e ricatto (cottimo, paghe da fame, assenza di tutele, precarietà, minacce a chi alza la testa) associano il controllo algoritmico dei lavoratori, governati e monitorati attraverso lo smartphone da un’applicazione – i criteri di funzionamento della quale non sono conoscibili – che decide automaticamente e in tempo reale, in base alle loro performance, alle recensioni – veritiere o no – dei clienti o magari al fatto che qualcuno osi rivendicare migliori condizioni, se, quando e quanto farli lavorare. Un lavoro data-driven, come dovrebbe essere l’intera società nella visione dei Mario Draghi, degli altri sacerdoti della transizione digitale e dei suoi fedeli.

Se dopo anni di lotte anche dure il settore si è conquistato una certa visibilità e diversi riconoscimenti del fatto che si tratta di lavoro subordinato a tutti gli effetti e come tale andrebbe tutelato, ancora pochi mesi fa Assodelivery, la principale associazione padronale, ha firmato con il sindacato fascista Ugl – per niente rappresentativo – un accordo truffa che ha confermato il cottimo e la condizione di lavoratori autonomi, mentre dietro la mossa pubblicitaria di Just Eat, che nel momento di massima attenzione mediatica sul tema è uscita da Assodelivery annunciando che avrebbe assunto i rider e presentando il tutto come scelta “etica”, si nasconde un modello di contratto, al momento in fase di sperimentazione, denunciato dai lavoratori come tutt’altro che migliorativo.

Spesso, nel racconto mediatico e nelle parole dei burocrati della Cgil che cercano di mettere le proprie grinfie sulle loro lotte, ci si riferisce alle condizioni di sfruttamento dei rider con aggettivi come ottocentesche, come se si trattasse di un settore “rimasto indietro” al quale riconoscere finalmente i diritti garantiti a tutti gli altri. Troviamo che non se ne possa dare una lettura più fuorviante. Le condizioni che caratterizzano questo settore, per quanto indubbiamente servili, andrebbero invece lette – un po’ come per i meccanismi di selezione, controllo e messa al lavoro dei richiedenti asilo – come una storia del nostro futuro (prossimo).

Il controllo tecnologico del lavoro, dalle piattaforme della cosiddetta gig economy (economia dei “lavoretti”, presentati inizialmente come opportunità per gli studenti di arrotondare facendo attività fisica all’aria aperta), si estende già progressivamente agli altri settori, dall’industria ai servizi di ogni tipo, configurando l’ascesa di un vero e proprio modo di produzione informatico. I capannelli di rider che per non essere retrocessi dall’algoritmo stanno a disposizione – gratis – in attesa del prossimo ordine che non sanno se e quando arriverà esemplificano perfettamente il senso della razionalizzazione tecnologica (in altri settori la stessa rapina di tempo potrebbe presentarsi sotto forma di software che escludano automaticamente dall’orario di lavoro riconosciuto come tale ogni singolo atto non direttamente produttivo per l’azienda, come la battuta scambiata con un collega…). Nel frattempo, la famiglia delle piattaforme si allarga: l’ultima proposta, pubblicizzata in tv in questi giorni, è l’app per mandare un servo – “il tuo Shopper” – a farti la spesa al supermercato e consegnartela a casa…

I rider – specialmente durante il lockdown di un anno fa, quando risaltavano tra i pochi rimasti a percorrere le strade delle città – sono una rappresentazione plastica di quella digitalizzazione differenziata della vita (differenziata secondo linee di classe, razza e genere) già da prima in corso di instaurazione e ora accelerata grazie alla pandemia: per i più “fortunati” smart working (con i risvolti di controllo e isolamento che comporta) e definitiva messa a valore militarizzata del tempo “libero” (di corsa a casa a fare acquisti online, compresi il cibo e lo svago in streaming, oppure a divertirsi “in presenza” ma solo nei luoghi del consumo istituzionalizzati, dove è garantito il rispetto delle “misure di sicurezza”); per gli altri, lavoro “sotto l’algoritmo” come infrastruttura corporea della società digitale (ancora più in basso e altrove, radicalmente nascosti alla vista, coloro che crepano per produrre gli smartphone ed estrarre i materiali occorrenti).

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