Solidarietà con gli imputati per il corteo contro le frontiere al Brennero. Venerdì 14 maggio presidio a Bolzano

Il 14 maggio verrà pronunciata la sentenza per 63 compagni accusati di devastazione e saccheggio per il corteo contro le frontiere al Brennero del 7 maggio 2016, per i quali l’accusa ha chiesto oltre 300 anni di carcere. Cinque anni dopo quella giornata, i motivi che ci hanno spinti a scendere in strada sono più validi che mai: alle frontiere della fortezza Europa si continua a morire (l’ultima strage, con 120 persone lasciate annegare nel Mediterraneo, è di poche settimane fa) e la condizione di clandestinizzazione che lo Stato riserva agli stranieri senza documenti è stata estesa all’intera società, con la militarizzazione e il controllo generalizzato dei nostri spostamenti giustificati con l’Emergenza Covid. Non solo: l’accusa di devastazione e saccheggio è l’arma con cui lo Stato sta rispondendo ai più forti momenti di lotta contro la gestione dell’emergenza: la rivolta nelle carceri a marzo e gli scontri contro l’imposizione del coprifuoco ad ottobre dello scorso anno.

Venerdì 14 maggio alle 18.00 presidio solidale a Bolzano, ai prati del Talvera altezza ponte Talvera

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Contro la campagna vaccinale. Contro le soluzioni tecnologiche ai disastri della civiltà tecnologica

Il testo che segue è la versione leggermente rivista di un volantino che avrebbe dovuto essere letto e distribuito ieri a Bolzano in occasione di un’iniziativa chiamata dall’assemblea antifascista con l’intento di attualizzare il significato del 25 aprile di fronte al clima soffocante e all’arroganza poliziesca da stato di pandemia, ma la provocazione di un paio di merde di CasaPound ha fatto prendere alla giornata una piega un po’ diversa dal previsto.

Oggi è il 25 aprile. Da domani la libertà di movimento sarà di fatto legata alla vaccinazione: chi avrà obbedito sarà libero di spostarsi fra le regioni, andare al bar, al museo, in piscina e in chissà quali altri luoghi verranno aggiunti all’elenco (magari si deciderà di autorizzare le manifestazioni solo a patto che i partecipanti siano tutti vaccinati… è così inverosimile?), gli altri dovranno farsi testare ogni due giorni – magari a pagamento – e dimostrarlo smartphone alla mano (un inciso, a proposito di 25 aprile e libertà di movimento: nei prossimi giorni il tribunale di Bolzano emetterà la sentenza per i compagni rei di aver partecipato alla manifestazione del 7 maggio 2016 al Brennero contro il muro anti-migranti, per i quali sono stati richiesti complessivamente oltre 300 anni di carcere. Nelle lotte contro le frontiere si è sempre giustamente sottolineato come la libertà di movimento “differenziata” e il doversela meritare prima o poi non avrebbero più riguardato solo i richiedenti asilo…). Siamo già arrivati a quell’obbligo di fatto che in fin dei conti era stato annunciato fuori dai denti sin dall’inizio della campagna militar-vaccinale. Nel frattempo, sulle migliaia di operatori sanitari ex eroi che hanno scelto di non farsi vaccinare pende la minaccia della sospensione senza stipendio (tenete duro! Se nessuno o solo pochi cedessero, chi vi sostituirebbe?) e pressioni di ogni tipo, come quelle che è probabile subiranno i lavoratori di molti altri settori quando arriverà il loro turno e la vaccinazione – formalmente volontaria, ma è già stato assicurato che è legittimo licenziare chi la rifiuta – avverrà magari direttamente in azienda.

Si usa il ricatto della responsabilità per imporre la sperimentazione di massa di vaccini che per stessa ammissione degli esperti non garantiscono di non contagiare gli altri, basati su tecnologie autorizzate in tutta fretta per la prima volta (RNA messaggero) o OGM permessi in deroga alle direttive europee (AstraZeneca), di cui non si conoscono durata nel tempo (è probabile che si debba ripetere la vaccinazione, come quella antinfluenzale) ed effetti a lungo termine, sulle cavie – cioè noi – e sul virus: è possibile che si producano varianti resistenti, più contagiose e/o pericolose. A quel punto quale sarebbe la soluzione, un ulteriore vaccino ancor più sperimentale? Varianti simili (o nuovi virus, com’è ampiamente previsto) potrebbero prodursi non solo direttamente a causa del vaccino, ma anche perché “grazie” alla campagna vaccinale non si sarà dovuta mettere in discussione l’organizzazione sociale che ha prodotto e favorito la pandemia e reso impossibile gestirla in modo ragionevole (devastazioni ambientali, circolazione eccessiva e troppo rapida di persone e merci da un capo all’altro del globo, impossibilità per l’economia di rallentare, la stessa conformazione fisica delle città…). «Se le condizioni di vita sono sempre più insalubri e patogene, si cambiano le condizioni di vita (a partire dal nostro rapporto con la natura)? No, si alza la soglia di tolleranza. E avanti tutta». Adattarsi a sopravvivere in condizioni sempre peggiori intervenendo sul vivente secondo le esigenze del sistema, mai viceversa, in un processo sempre meno reversibile. Questo ci sembra il punto, almeno per degli antiautoritari: la spirale di “soluzioni” tecnologiche ai disastri prodotti dalla civiltà tecnologica non solo produce sempre più velocemente nuovi disastri sempre meno gestibili e reversibili, ma rappresenta anche un’ipoteca politica: ci rende sempre più dipendenti da un livello di tecnologia che non è autogestibile. Con le biotecnologie in via di sdoganamento, non più solo un opinabile “benessere”, ma la nostra stessa esistenza bio(tecno)logica sarà vincolata alla sopravvivenza del sistema tecnico – e quindi dell’organizzazione sociale sulla quale si regge.

Sulla campagna vaccinale non si è levata quasi nessuna voce critica. Se dalla sinistra più o meno “radicale” non ci si poteva aspettare niente di diverso, anche in quel che un tempo si sarebbe chiamato “movimento” nel migliore dei casi ci si è semplicemente occupati d’altro, nel peggiore si chiedono a gran voce vaccini per tutti. Anche i sindacati di base che hanno preso posizione contro l’obbligo, come è stato notato, l’hanno fatto nel metodo e non nel merito, senza riconoscere alcuna dignità a contrarietà o dubbi sul vaccino in sé. Il tema è di una complessità tale che per i non esperti se si scende troppo nel tecnico c’è un certo rischio di dire cazzate? Molti no vax sono effettivamente deliranti ed è difficile discernere le fonti affidabili? Certo. Ma non ci sembra un buon motivo per lasciar perdere, anzi. Oltre ad essere grave e sconfortante di per sé, questo deserto della critica è di pessimo auspicio in vista del possibile svilupparsi delle lotte per la salvezza del pianeta e dei loro tentativi di recupero istituzional-tecnologici. Un esempio fra mille, ma che troviamo dovrebbe colpire molto: com’è noto i “successi” della civiltà tecnologica minacciano di sterminare le api, con conseguenze non proprio trascurabili per la sopravvivenza dell’umanità e delle altre specie. Ma la soluzione è già in cantiere: i droni impollinatori. Questo (oltre ad aggravare ulteriormente quelli che sono stati definiti i rovesci materiali del mondo digitale, legati alla produzione, al consumo energetico e allo smaltimento degli aggeggi) potenzialmente significa che senza droni non sarà letteralmente più possibile la vita sulla Terra. Dobbiamo aspettarci che gli “antagonisti” si oppongano in modo netto a queste follie finché siamo in tempo o che pretendano dalle istituzioni droni per tutti a prezzo politico?

Volantino in pdf

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Ambra è stata uccisa dal carcere. Sabato 10 aprile manifestazione e saluto solidale al carcere di Bolzano

Condividiamo la chiamata dell’assemblea bolzanina contro il carcere per questo sabato (10 aprile):

  • ore 15.00 prati del Talvera altezza ponte Talvera presidio in memoria di Ambra, perché di carcere non si debba più morire
  • ore 17.00 circa saluto solidale ai detenuti, sotto le mura del carcere di Bolzano (lato Talvera)

“Domenica 14 marzo nel carcere di Spini di Gardolo è morta una ragazza di Bolzano di appena 28 anni. Si chiamava Ambra Berti. Nel comunicare la sua morte ai famigliari le autorità carcerarie hanno parlato di ‘cause naturali’ nonostante la detenuta fosse stata portata da alcune ore in infermeria, quindi teoricamente sotto controllo del personale sanitario. Nessuno fino ad ora ha spiegato la morte di una donna giovane fisicamente sana, madre di due figli, senza problemi di salute. Di certo sappiamo come – a causa delle misure prese contro la pandemia – nell’ultimo anno le difficoltà e le sofferenze per le detenute ed i detenuti siano state amplificate dalla mancanza di contatto umano con i propri affetti. A ciò si aggiunge il rifiuto dei magistrati di sorveglianza di concedere ad Ambra, come a molti altri detenuti che avrebbero avuto i requisiti per accedervi, misure di pena alternative alla detenzione. Sappiamo anche come ogni morte in carcere sia una morte di carcere e come essa sia strutturale all’istituzione carceraria, dove l’abuso del consumo di psicofarmaci, i suicidi, così come i decessi per la mancanza di cure adeguate e controlli medici, sono all’ordine del giorno. La tragica morte di Ambra è stata del tutto ignorata dai media, complici nel tentativo di far passare in silenzio l’ennesima morte nel carcere di Spini. Rompiamo l’indifferenza. Non si può morire così. Pretendiamo di sapere ciò che è successo ad Ambra. Il silenzio della responsabile sanitaria del carcere di Spini di Gardolo è un silenzio complice e omertoso come quello della direttrice del carcere di Trento e Bolzano, che dopo l’ennesima morte di una persona sotto la sua responsabilità, non ha ancora trovato modo di lasciare alcuna dichiarazione pubblica sull’accaduto. Rompiamo l’isolamento in cui vorrebbero confinare detenuti e detenute.”

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“Siamo persone, non algoritmi”

Ieri, nell’ambito di una mobilitazione nazionale e nel disinteresse pressoché generale a livello locale, anche a Bolzano alcune decine di rider, perlopiù della piattaforma Deliveroo, sono scesi in piazza per rivendicare condizioni di lavoro umane. In questo caso non si tratta di un modo di dire ma di un’espressione decisamente appropriata: infatti le piattaforme di delivery, alle forme “classiche” di sfruttamento e ricatto (cottimo, paghe da fame, assenza di tutele, precarietà, minacce a chi alza la testa) associano il controllo algoritmico dei lavoratori, governati e monitorati attraverso lo smartphone da un’applicazione – i criteri di funzionamento della quale non sono conoscibili – che decide automaticamente e in tempo reale, in base alle loro performance, alle recensioni – veritiere o no – dei clienti o magari al fatto che qualcuno osi rivendicare migliori condizioni, se, quando e quanto farli lavorare. Un lavoro data-driven, come dovrebbe essere l’intera società nella visione dei Mario Draghi, degli altri sacerdoti della transizione digitale e dei suoi fedeli.

Se dopo anni di lotte anche dure il settore si è conquistato una certa visibilità e diversi riconoscimenti del fatto che si tratta di lavoro subordinato a tutti gli effetti e come tale andrebbe tutelato, ancora pochi mesi fa Assodelivery, la principale associazione padronale, ha firmato con il sindacato fascista Ugl – per niente rappresentativo – un accordo truffa che ha confermato il cottimo e la condizione di lavoratori autonomi, mentre dietro la mossa pubblicitaria di Just Eat, che nel momento di massima attenzione mediatica sul tema è uscita da Assodelivery annunciando che avrebbe assunto i rider e presentando il tutto come scelta “etica”, si nasconde un modello di contratto, al momento in fase di sperimentazione, denunciato dai lavoratori come tutt’altro che migliorativo.

Spesso, nel racconto mediatico e nelle parole dei burocrati della Cgil che cercano di mettere le proprie grinfie sulle loro lotte, ci si riferisce alle condizioni di sfruttamento dei rider con aggettivi come ottocentesche, come se si trattasse di un settore “rimasto indietro” al quale riconoscere finalmente i diritti garantiti a tutti gli altri. Troviamo che non se ne possa dare una lettura più fuorviante. Le condizioni che caratterizzano questo settore, per quanto indubbiamente servili, andrebbero invece lette – un po’ come per i meccanismi di selezione, controllo e messa al lavoro dei richiedenti asilo – come una storia del nostro futuro (prossimo).

Il controllo tecnologico del lavoro, dalle piattaforme della cosiddetta gig economy (economia dei “lavoretti”, presentati inizialmente come opportunità per gli studenti di arrotondare facendo attività fisica all’aria aperta), si estende già progressivamente agli altri settori, dall’industria ai servizi di ogni tipo, configurando l’ascesa di un vero e proprio modo di produzione informatico. I capannelli di rider che per non essere retrocessi dall’algoritmo stanno a disposizione – gratis – in attesa del prossimo ordine che non sanno se e quando arriverà esemplificano perfettamente il senso della razionalizzazione tecnologica (in altri settori la stessa rapina di tempo potrebbe presentarsi sotto forma di software che escludano automaticamente dall’orario di lavoro riconosciuto come tale ogni singolo atto non direttamente produttivo per l’azienda, come la battuta scambiata con un collega…). Nel frattempo, la famiglia delle piattaforme si allarga: l’ultima proposta, pubblicizzata in tv in questi giorni, è l’app per mandare un servo – “il tuo Shopper” – a farti la spesa al supermercato e consegnartela a casa…

I rider – specialmente durante il lockdown di un anno fa, quando risaltavano tra i pochi rimasti a percorrere le strade delle città – sono una rappresentazione plastica di quella digitalizzazione differenziata della vita (differenziata secondo linee di classe, razza e genere) già da prima in corso di instaurazione e ora accelerata grazie alla pandemia: per i più “fortunati” smart working (con i risvolti di controllo e isolamento che comporta) e definitiva messa a valore militarizzata del tempo “libero” (di corsa a casa a fare acquisti online, compresi il cibo e lo svago in streaming, oppure a divertirsi “in presenza” ma solo nei luoghi del consumo istituzionalizzati, dove è garantito il rispetto delle “misure di sicurezza”); per gli altri, lavoro “sotto l’algoritmo” come infrastruttura corporea della società digitale (ancora più in basso e altrove, radicalmente nascosti alla vista, coloro che crepano per produrre gli smartphone ed estrarre i materiali occorrenti).

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Opuscolo: Il mondo a distanza. Su pandemia, 5G, materialità rimossa del digitale e l’orizzonte di un controllo totalitario

Di seguito il testo dell’opuscolo, qui il file pdf stampabile (A5). Come si dice nella premessa, ci si propone semplicemente, attraverso alcune letture, esempi e considerazioni, di suggerire l’urgenza di prendere in mano il tema dell’impatto della tecnologia e in particolare delle tecnologie informatiche – rete 5G in testa – in termini di controllo, e di quel che si cela dietro la loro presunta immaterialità. Per richieste di copie cartacee, osservazioni o altro si può fare riferimento all’indirizzo email bergteufelbz@autistici.org. Il disegno in copertina è di acquadicarciofo.

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Siamo tutti negazionisti

Nel giro di pochi giorni, con l’arrivo delle prime dosi, il discorso pubblico sulla campagna vaccinale ha subìto un’accelerazione che ha portato sempre più politici e commentatori a prospettare e chiedere, chi per il personale sanitario, chi per tutti i dipendenti pubblici e chi per l’intera popolazione, l’obbligatorietà della vaccinazione. Di fronte ai dubbi sulla legittimità dell’imposizione del vaccino, tutti si sono affrettati a sottolineare l’eccezionalità della situazione, che imporrebbe alla libertà individuale di cedere il passo di fronte al ricatto della responsabilità nei confronti della collettività. E comunque, al di là dei dibattiti in punta di diritto, mettetevi il cuore in pace: “l’obbligatorietà sarà nelle cose” (tg di La7), “ci arriveremo in maniera indiretta” (Matteo Bassetti, infettivologo dei più noti). Il riferimento è al “passaporto sanitario” (cioè vaccinale) prospettato da compagnie aeree e istituzioni e del quale si parla non solo per i viaggi internazionali in aereo ma anche per poter accedere a cinema, teatri, eventi e chissà cos’altro. Per il viceministro della salute Sileri, il vaccino dovrà diventare obbligatorio “se uno su tre lo rifiuta”: una perfetta immagine della democrazia, in cui la libertà è inviolabile solo fintanto che è libertà di parola al vento e non si traduce in comportamenti concreti. Avvocati e giuslavoristi come Pietro Ichino (PD, ex PCI, nemico giurato di quel che resta dei diritti dei lavoratori in Italia e sotto scorta per questo) hanno assicurato che per il datore di lavoro è legittimo licenziare chi non si vaccina. L’escalation di pruriti autoritari ha coinciso infatti con la notizia di diversi procedimenti disciplinari avviati contro medici segnalati per aver espresso sui social opinioni non consone sulla pandemia e sul vaccino. Nei commenti giornalistici alla vicenda, “no vax” e “negazionisti” sono ormai spudoratamente utilizzati come sinonimi, a indicare chiunque esprima dubbi o difenda la libertà di scelta (del resto l’aggettivo negazionista ben si presta ad essere usato a mo’ di manganello, come nel caso di chi contrasta le mistificazioni sulle foibe e la storia del confine orientale). L’impressione è che il bersaglio dello stigma che si porta dietro il termine negazionisti, più che coloro i quali rifiutano di riconoscere che evidentemente il covid non è la solita influenza o leggono la pandemia attraverso le lenti di una qualche teoria cospirativa, sia chiunque neghi, fosse anche solamente facendo balenare dei dubbi, che il sistema sociale che ha generato la pandemia e che pretende di gestirla senza il minimo cambio di rotta ma anzi progredendo sia il migliore di quelli possibili. Si noti che, come volevasi dimostrare, sono in particolare i politici e i commentatori di sinistra a mostrare la propria indole sbirresca e progressista, nel senso peggiore che il termine possa avere.

Chi scrive non ha le conoscenze per discutere dell’efficacia o dell’eventuale nocività del vaccino; si limita a considerare come la storia degli ultimi secoli – e la legge fondamentale dell’economia: di fronte al profitto, nessun principio di precauzione – dovrebbe insegnarci che per salvare il pianeta la prima cosa da cui guardarsi è proprio la fiducia cieca nella scienza e nelle sue applicazioni. E a segnalare la significatività del modo in cui si sta scivolando verso l’obbligo di fatto. Come in primavera – e anche adesso – davvero responsabile era violare le misure per autorganizzarsi e non certo obbedire a chi non si è mai sognato per esempio di chiudere le industrie strategiche come quelle di armi, così ora ci sembra responsabile – per chi si sente nella condizione di farlo – rifiutare la vaccinazione, tanto più quanto più sarà obbligatoria, e stare al fianco di chi dovesse subire delle conseguenze per questo. La salute sono condizioni di vita desiderabili, non una merce obbligatoria. La preoccupata domanda retorica – ricorrente – cosa succederebbe se tutti facessero così ci sentiamo di rispedirla al mittente: siamo contro molte cose alle quali effettivamente non c’è alternativa stante questa organizzazione sociale; l’alternativa è nella sua distruzione.

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Assassini

È di qualche giorno fa la notizia della morte, nel CPR di Gradisca, di un altro recluso, un ragazzo albanese. Si tratta della seconda in pochi mesi, dopo quella di Vakhtang Enukidze in seguito al pestaggio subìto da parte degli sbirri lo scorso inverno, appena un mese dopo la riapertura del lager chiuso dalle rivolte del 2013. Un altro recluso è stato ritrovato incosciente. Come nel caso della morte di Vakhtang, i giornali hanno parlato inizialmente di rissa tra “ospiti”, e ai reclusi sarebbero stati sequestrati i cellulari. Successivamente il tiro è stato corretto parlando di abuso di psicofarmaci (ricordiamo che sono innumerevoli le testimonianze sull’ampio uso che di queste sostanze viene fatto per sedare e tenere sotto controllo i reclusi in questi lager), come per i 14 detenuti morti nel corso delle rivolte di marzo nelle carceri. Negli scorsi mesi nel CPR di Gradisca sono continuati pestaggi, atti di autolesionismo, scioperi della fame e tentativi di rivolta, mentre i positivi al coronavirus venivano tenuti in cella con gli altri. Ieri abbiamo appreso dai giornali – perché i familiari del ragazzo hanno dato mandato a un avvocato bolzanino di fare chiarezza sulla sua morte – che era stato deportato a Gradisca dall’Alto Adige:

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Riqualificazione

Questa mattina sono partiti i lavori di abbattimento dei platani secolari di fronte alla stazione sul lato di via Garibaldi, per fare spazio al migliaio (!) di posti macchina del WaltherPark, il centro commerciale e residenziale per ricchi del miliardario austriaco Benko, mentre in Germania è in corso una campagna contro gli oltre 5000 licenziamenti previsti nella sua catena di grandi magazzini (giova rammentare che proprio sulla creazione di posti di lavoro, oltre che sull’emergenza degrado nella zona, si è giocata la martellante propaganda a favore del progetto in occasione della consultazione farsa del 2016…). Gli abbattimenti, come quelli già avvenuti in piena emergenza covid di tutti gli altri alberi in quel settore di parco, sono ad opera degli zelanti addetti della ditta bolzanina Arboteam (via Giotto 19), che stamani, di fronte alla resistenza di un gruppetto di giovani ambientalisti, di qualche compagno e di un paio di anziani signori – per fortuna senza la presenza di politicanti dei Verdi come nel caso del flashmob di ieri – hanno pensato bene, in attesa dell’arrivo degli sbirri, di arrangiarsi a spintoni e spingendo col camion rischiando di investire uno dei signori di cui sopra, condendo il tutto con gli immancabili inviti ad andare a lamentarsi “in comune, noi facciamo solo quello che ci dicono”.

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Su tre manifestazioni bolzanine contro il razzismo

Nell’ultima settimana Bolzano ha visto tre diverse manifestazioni in solidarietà con le proteste in corso negli Usa contro gli omicidi razzisti di cui le forze dell’ordine stanno continuando a rendersi responsabili. Già sabato scorso, a un presidio chiamato in piazza Stazione dall’assemblea antifascista cittadina, la partecipazione era stata superiore alle aspettative, soprattutto da parte di giovanissimi con tanta voglia di esprimersi e di diverse persone che il razzismo delle divise lo vivono ogni giorno sulla propria pelle nelle strade delle nostre città e che si sono unite. Tanto che, visto il numero e lo spirito dei presenti, la manifestazione si è conclusa in piazza Walther dopo un breve spostamento spontaneo e non autorizzato. Parole chiare di solidarietà con la rivolta e di rivendicazione dello spirito anche e soprattutto delle forme più radicali nelle quali si è espressa e contro lo stato e la sua polizia che anche in Italia e a Bolzano ogni giorno mettono in atto retate razziste, gestiscono lager e deportano.

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Due giorni – e più – di ordinaria arroganza poliziesca a Bolzano ai tempi dello stato di pandemia

Per il primo maggio una manciata di compagne e compagni bolzanini ha pensato di fare una biciclettata – tutti con mascherine e a debita distanza – per lasciare in alcuni luoghi significativi dei messaggi sul prevedibile intensificarsi dello sfruttamento con la scusa dell’emergenza. Passati – casualmente – dal luogo in cui erano appena terminate le celebrazioni ufficiali con sindaco, sindacati e Anpi e dove era presente un certo numero di sbirri in divisa e non, due macchine della Digos si mettono a seguire il gruppo in bici, prima a distanza, poi sempre più da vicino, filmando, fino all’intervento di una volante che sul tratto di ciclabile fra ponte Resia e ponte Palermo, con una manovra folle senza sirene ferma i compagni, mettendo in pericolo sia loro che gli altri ciclisti di passaggio. Nel giro di pochi secondi arrivano altre tre macchine di sbirri – che creano tra l’altro un bell’assembramento, alla faccia del distanziamento sociale. Decisamente nervosi, anche perché qualcuno non si trattiene dall’apostrofarli come meritano e dal ricordare loro la bella performance del giorno prima – quando hanno atterrato, caricato in macchina, portato in questura e denunciato per resistenza una persona rea di camminare con la mascherina abbassata -, chiedono i documenti e di mostrare il contenuto di zaini e cestini delle bici, con l’effetto ironico in foto. Minacce a chi filma – come nel caso del giorno prima – e inviti ad allontanarsi ai numerosi passanti, mentre qualcuno dei compagni prova a spiegare a chi si ferma incuriosito cosa sta succedendo, poi evidentemente i nostri eroi si considerano soddisfatti della giornata.

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